martedì 11 maggio 2010

NdR 13

Religione e società nell'età comunale (di Roberto Grosio)
Agli inizi del secolo XI, la società cristiana è percorsa da profondi fermenti religiosi. Si molti-plicano le iniziative: riforma delle strutture ecclesiastiche, fondazione di nuovi monasteri, ri-presa della tradizione eremitica, rinnovato interesse di vaste masse di fedeli per le leggende dei santi. I pellegrinaggi in Terra Santa sono la testimonianza più impressionante di questo profondo rinnovamento spirituale della Cristianità, che accompagna la ripresa demografica ed economica europea. Papato e impero si contendono il diritto di eleggere vescovi e arcivescovi, di intervenire nella direzione della diocesi, di amministrare le rendite ecclesiastiche. Si molti-plicano gli interventi papali contro il concubinaggio e la simonia del clero; inserito nelle strut-ture del potere feudale, di cui era largamente partecipe, il clero secolare non viveva in modo dissimile dalla piccola nobiltà locale, cui era spesso legato da vincoli di parentela. La lotta contro il clero simoniaco e concubinario spesso esprimeva la rivolta contro il potere della classe feudale e il movimento dei Patarini milanese (verso la metà del XI secolo) ne fu una prima e significativa prova.

La punizione di Simon mago.

I Patari milanesi
Nel ricco e fiorente capoluogo lombardo, la protesta religiosa dei Patari (cioè degli “straccio-ni”) espresse esigenze di rinnovamento morale. Il potere era detenuto in città dall’arcivescovo: l’autorità arcivescovile si estendeva su ampie diocesi in tutta la Lombardia. Era l’imperatore a dare l’”investitura” all’arcivescovo ed a garantirne il potere. Ma lo stabilirsi di una collabora-zione tra i maggiori feudatari laici e l’arcivescovo, intesa anche a frenare la crescente impor-tanza politica dei feudatari minori (“valvassori”), determina un rovesciamento delle alleanze tradizionali. L’imperatore vede sfuggire al suo controllo tanto la grande feudalità laica, quanto quella ecclesiastica. Entrambe sono ora alleate contro il potere imperiale e contro la crescente ostilità della feudalità minore; così nel 1037 l’imperatore emana la “Costituzione dei feudi” che sanciva l’ereditarietà dei feudi minori, in mano ai valvassori.
A Milano il generale fermento di rinnovamento religioso che pervade la cristianità occidentale si connette strettamente con la crescita politica del comune cittadino. Alla morte dell’arcivescovo Ariberto la città insorge contro il successore designato dall’imperatore Enrico III e gradito all’aristocrazia nobiliare. La protesta politica antifeudale dei valvassori e del popo-lo è insieme protesta religiosa: i chierici Anselmo da Baggio, Landolfo e Arialdo sono i porta-voce di un movimento di riforma della chiesa cittadina che riafferma le esigenze comuni a lar-ga parte della cristianità italiana ed europea. Lotta contro il lusso e l’immoralità del clero, con-tro il concubinaggio dei sacerdoti, contro le ingerenze del potere laico nelle questioni eccle-siastiche: queste le parole d’ordine del “partito della riforma”.
Le tensioni milanesi riflettono implicitamente la prova di forza ormai in corso tra Papato e Im-pero sul problema delle investiture. Il tipo di obiettivi creano attorno ai riformatori un vasto se-guito popolare, che si trasforma in sommossa violenta in occasione della morte di Enrico III (1056): si confiscano i beni del clero indegno e simoniaco. Per il clero milanese, la Pataria non è passata invano: i fenomeni scandalosi della simonia, del concubinaggio, dell’asservimento al potere laico sono stati ampiamente ridotti. Meno influente nella gestione politica della città, il clero ambrosiano è concorde con la politica anti-imperiale del papato. Nel momento dello scontro con Federico Barbarossa, anche il clero parteciperà compatto alla disperata difesa della città.


L'eresia nel medioevo
Di fronte all’ostilità del clero locale molti gruppi di predicatori accettano o di far parte degli or-dini monastici esistenti, o di fondare nuovi ordini religiosi. Per molti monaci è un’amara scon-fitta. Essi devono ritornare alla vite monacale, nell’isolamento da cui si erano staccati per in-traprendere la predicazione itinerante. Del resto, di fronte al divieto imposto dalle autorità ec-clesiastiche alla libera attività evangelica, l’alternativa che si presenta al predicatore-riformatore è radicale. O lasciarsi integrare in una struttura stabile, controllabile dal clero loca-le, con una regola approvata dalle autorità ecclesiastiche; oppure affrontare la condanna della propria comunità e delle proprie idee come eretiche. L’eresia si manifesta, prima ancora che come divergenza nell’interpretazione delle sacre scritture, come insubordinazione alla gerar-chia ecclesiastica.

Ma non bastano le condanne a soffocare un movimento di riforma che coinvolge vasti strati sociali, fuori e dentro la Chiesa. Le iniziative riformatrici incontrano il favore non solo delle nuove classi borghesi comunali in ascesa: all’interno stesso dell’istituzione ecclesiastica esse sono promosse da vaste zone del mondo religioso. Monaci e clero riformista, fautori di un ri-torno della Chiesa alla purezza ed alla povertà originarie, hanno i loro più duri oppositori den-tro la Chiesa. Per gran parte dell’alto clero la “riforma della Chiesa” può significare opposizio-ne all’ingerenza di imperatore, conti e marchesi, nella gestione della diocesi, ma non certo ri-nuncia alle ricchezze ed ai privilegi tradizionali della condizione ecclesiastica.
IL VALDISMO: Intorno al 1170 il ricco mercante Pietro Valdo abbandona la famiglia e la sua lu-crosa attività, distribuisce le sue ricchezze ai poveri e si dà alla predicazione itinerante. Questa volta il movimento di riforma religiosa non prende l’avvio dall’iniziativa di un monaco, ma da un laico. Nella Francia meridionale e presto anche in Italia sorgono numerose comunità “val-desi”. Nata come rifiuto espresso da cittadini ricchi, dei valori mondani (ricchezza, potere), è soprattutto nelle città che l’eresia valdese viene rapidamente diffusa dai suoi predicatori itine-ranti. Il valdismo si caratterizza per un radicalismo molto intransigente. Non si tratta per Valdo e i suoi seguaci di trasformare la Chiesa, ma semplicemente di eliminarla; tra il singolo e Dio non devono frapporsi né sacerdoti né istituzioni ecclesiastiche; al Papa viene negato ogni po-tere: le sue scomuniche non hanno validità. Questa radicale opposizione alle strutture eccle-siastiche scatena la dura repressione papale: divieti di predicazione, scomuniche, persecuzio-ni inseguono i seguaci di Valdo nelle città francesi e italiane.
Nel 1184 papa Lucio III decreta unitamente a Federico I imperatore, la condanna di tutte le ere-sie: Patarini, Valdesi, Umiliati, Catari. Viene sancito che la predicazione non è autorizzata ed è in se stessa titolo per essere scomunicato come eretico. Cessa la predicazione itinerante.
La lotta contro le eresie
Tra il XII e XIII secolo l’organizzazione ecclesiastica opera un grande sforzo di contenimento delle tendenze riformatrici potenzialmente eretiche: l’artefice di questa complessa strategia è l’energico papa Innocenzo III. La sua strategia prevede la repressione violenta soltanto delle tendenze eretiche che si dimostrino irrecuperabili. In questa delicata opera il pontefice utilizze-rà come strumenti operativi i due nuovi ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani. I nuovi frati condurranno una vita esemplare di povertà e castità; francescani e domenicani da-ranno la dimostrazione agli occhi dei fedeli del rinnovamento morale della Chiesa e nella loro predicazione , l’obiettivo fondamentale sarà la lotta ed il recupero degli eretici. Nel 1215 du-rante il Concilio Lateranense è deciso il divieto per la fondazione di nuovi ordini.
IL CATARISMO: Contro la più radicale delle eresie medioevale, il Catarismo, i pontefici non esiteranno ad indire una “guerra santa”. Nata nella stesso ambito geografico e sociale del val-dismo la proposta catara ha in comune con quella di Valdo soltanto il rifiuto della gerarchia ecclesiastica, la distinzione tra credente e perfetti e la predicazione itinerante. L’ assenza del grande tema della povertà esclude dall’adesione al catarismo i ceti sociali inferiori: contadini e lavoratori salariati, mentre è soprattutto espressione dell’alta borghesia e della nobiltà cittadi-na. I catari saranno, insieme con i valdesi, l’obiettivo dell’elezione dell’inquisizione papale e vescovile. Meglio di ogni altra eresia medioevale, il catarismo esprime l’esigenze borghesi di indipendenza antifeudale e antipapale. Si perdono le tracce delle numerose comunità catare i-taliane: ve n’erano in Toscana, Veneto e Lombardia. In Italia l’opposizione ecclesiastica al ca-tarismo fu violenta: tra l’inquisizione e gruppi eretici catari si ebbero a Milano sanguinosi scontri armati.
GLI APOSTOLICI di Fra Dolcino. Agirono nell'area vercellese in lotta con la chiesa gerarchica di cui profetizzavano la fine per il 1305. Dopo la sconfitta nella crociata organizzata dal vesco-vo Raineri Avogadro, Dolcino fu arso come eretico a Vercelli nel giugno del 1307.

L'elemento diabolico nella cultura medioevale. Il grottesco impaurente e dida-scalico.

Battistero di Firenze - Mosaico raffigurante Lucifero triteste che divora i dannati. In questa co-me in altre opere che ornano le cattedrali romaniche e gotiche si può rintracciare la cosiddetta estetica del grottesco medioevale. Esso consiste in un ribaltamento del divino - nel mostruoso diabolico - con effetti iperbolici e terrorizzanti, che derivano dalla consapevole deformazione del reale, dalle connotazioni forti di carattere simbolico dei mostri infernali ( voracità, pervasi-vità, imponenza, brutalità cieca ...) .
Questo tipo di rappresentazione, che rasenta quasi la comicità per i suoi caratteri iperbolici, assume invece una valenza tragica e didattica, in quanto risponde ad una rigida codificazione di carattere morale. Il peccato conduce alla punizione eterna, a sofferenze fisiche terribili, in-ferte da creature infernali capaci di provocare eterne immani sofferenze. Obiettivo della pub-blica raffigurazione è dunque quello di evidenziare i pericoli del peccato e del male facendo pensare agli effetti edificanti del bene


Il giudizio e la responsabilità della scelta.


Il giudizio divino sull'anima - capitello della Chiesa di Sanjon (Francia). Il tema del giudizio fi-nale, momento in cui si soppesano i meriti e le colpe di ciascuno , è nuovamente al centro di una raffigurazione all'interno di una costruzione romanica. Anche in questo capitello emerge la tensione verso il destino dell'aldilà. Il simbolismo, apparentemente rozzo ma visivamente del tutto evidente, riporta i fedeli alla costante meditazione sul senso dell'esperienza terrena ed al concetto di responsabilità nelle azioni .

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